Addio Massimo, il futuro ci aspetta

20.09.2013 16:57
 
Dopo un estenuante tira e molla durato almeno tre mesi, è arrivata davvero la svolta che (non) tutti alla fine si auguravano. L'addio di Massimo Moratti all'Inter è ormai cosa certa, nonostante ci si debba ancora munire di pazienza e attendere per un altro mese affinchè il passaggio di consegne divenga ufficiale, attraverso le consuete firme (e controfirme) che definiranno il buon esito di una operazione a dir poco storica. Storica per Moratti, per un uomo che dopo la bellezza di 18 lunghissimi anni non farà più parte di una società che ha cresciuto, coccolato e che ha reso vincente quasi al fotofinish della sua esperienza da numero uno.
Tirerà comunque un sospiro di sollievo il presidente, per aver portato a conclusione un affare voluto e sostenuto in prima persona: potrà finalmente godersi i suoi anni da appassionato, con la consapevolezza di essere entrato nella storia di questo club scrivendo la pagina forse più bella di tutti i 105 anni di vita nerazzurra, senza avere tuttavia l'onere di rispettare i termini, i compiti e gli obblighi di un ruolo che ormai non sente più suo e che non può più gestire, alimentare, con il denaro e la passione di una volta.
Un addio dovuto, necessario e probabilmente fondamentale alla sopravvivenza del club. Un passo decisivo per poter uscire dall'angolo angusto della cecità manageriale, dei debiti, degli errori, per entrare finalmente in una dimensione tutta nuova: dal vecchio modello mecenatista del "padrone assoluto" ad una gestione più manageriale, più larga, moderna ed efficiente di un club divenuto sempre più provero, proprio quando poteva specchiarsi sulla nascita di un nuovo Mito. Un passaggio di consegne obbligato dall'evoluzione dei tempi, che hanno reso fin troppo obsoleto, scadente e improduttivo il vecchio modo di intendere la gestione di un grande club: c'è il bisogno di guardare ai mercati emergenti, di rafforzare il marchio e il nome di un'azienda da gestire in nome dei profitti. Riportare l'Inter nel gotha del calcio mondiale, stavolta però ridisegnandone l'immagine a caratteri globali, universali. (Ri)partendo da una prospettiva diversa: una gestione non fatta col cuore ma dal calcolo, determinato direttamente dai parametri di un business sempre più costoso, complesso ma anche vantaggioso. Scelte giuste nel momento giusto: niente di più, niente di meno.

E' da quel meraviglioso 2010 che si sono avvertiti i primi, chiari, segnali di uno scoramento economico e ancor più di uno scollamento suggerito da una mancanza motivazioni, di voglia, dall'acquisita consapevolezza di aver raggiunto un traguardo, la Champions League, al terime di una cavalcata intensissima, nella quale si è speso tutto quello che si poteva, e non essere più in grado tuttavia di supportare una figlia così costosa come lo è l'Inter, nè di poter sopportare di vederla tornare ai margini del calcio grande calcio dopo tanti sacrifici, spesso vani. Tre anni durissimi, nei quali si è provato a tutelare la salute (finanziaria) della società a scapito dei risultati sul campo: un ridimensionamento tecnico tuttavia troppo brusco, troppo avvilente e in netta controtendenza alla necessità (sportiva) di proseguire un ciclo di vittorie comunque favoloso, ma tuttavia impossibile senza investimenti, denaro e continui, insopportabili, rossi di bilancio.  
L'incapacità di prendere decisioni a livello tecnico, soprattutto riguardo alle scelte di mercato, a quella ancor più decisiva dell'allenatore a cui affidare l'eredità di Josè Mourinho (il vero anello debole della politica societaria post Triplete) sono apparsi due momenti indicativi di una immaturità gestionale a tutti i livelli: dal mercato alla comunicazione, dalla comunicazione al campo. Non si è salvato niente. 
Si apre una nuova era. Entusiasmente, ricca, magari più ambiziosa. Ma non priva dei dubbi: perchè, chi è Thohir? Cosa e come saprà dare all'Inter?. Interrogativi ovvi a quali solo il tempo saprà rispondere esaurientemente. Per ora l'importante è ripulire l'anima di una società al limite del collasso, ai minimi storici in fatto di appeal internazionale, visibilità, fuori dall'Europa e dal calcio che conta davvero. Un resettaggio doloroso ma obbligatorio, come detto in apertura. Il primo passo per poter rivedere l'Inter giocarsi una finale di Coppa, rivincere uno scudetto, e per i tifosi, di potersi fregiare di una nuova grandezza, che non duri l'arco di una sola, esaltante, stagione.